Stupefa-cente

Per un’ora ammezza rimangono incollati al racconto, attoniti. Quella storia li cattura perché è la loro, anche se di 30 anni fa. Il silenzio si fa carico di emozione mentre Fabrizio (Itineraria Teatro) diventa Rico (Enrico Comi), passo passo fin dalle prime fumate tra amici fino all’overdose che si ripete duplice sul palco. I ragazzi stanno lì e sono dentro la storia. Magari rileggono la loro vicenda. Oppure quella di qualche amico più grande o che da “grande” si atteggia. Quella che viene raccontata in “Stupefatto” è la vicenda di un ragazzo 14enne che compone pezzi di informazioni e di vita, sperimentando sulla propria pelle il fascino suasivo dell’illusione. Una promessa di felicità che ti leva esattamente ciò che promette di darti e, con esso, tutto il resto.

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Al termine, domande. A decine se ne levano tra le poltrone di sala. Curiosità, riflessioni, provocazioni. Sul palco alla fine si è palesato Enrico: capello lungo, vestito giovanile, ampio sorriso. E’ lui che risponde ad ogni intervento. All’affresco narrativo aggiunge dettagli. Ma anche spiegazioni tecniche sulle sostanze, i metodi di coltivazioni, stime e statistiche. Per oltre un’ora interagisce con i gruppi di studenti in visita al San Marco.

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Poi la sala si svuota. In molti decidono di lasciare un commento scritto nella cassetta alle porte del teatro. Per lo più sono messaggi concisi: “mi è servito“, “non mi drogherò mai“, “Stupefacente (in senso buono!)“… I ragazzi rimpatriano a scuola o alle loro case. Per strada echeggiano lembi di spettacolo e constatazioni.

Non informazione ma in-formazione: dare forma a ciò che è dentro per rafforzarlo e renderlo recalcitrante alle facili fughe e agli abbagli di felicità. Scuola in senso alto del termine: questo abbiamo vissuto con i ragazzi delle scuole medie e superiori in questa due giorni. Perché la cultura ha da parlare anche ai ragazzi delle periferie che asfaltano futuro e sogni.

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